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31 cm 226 cm

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Opera di Arman
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Opera di Arman

10000 Cendrillons

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Opera di Arman

10000 Cendrillons

Tecnica mista su tela. Armand Fernandez, in arte Arman, nasce a Nizza nel 1928. È ricordato come uno degli esponenti più significativi ed influenti del movimento artistico “Nouveau Réalisme”, la declinazione europea del New Dada americano. Il Nouveau Réalisme si sviluppa negli anni '60 in Francia attorno alla figura del critico Pierre Restany. Rappresenta un modo di fare arte anti convenzionale, che riprende molti aspetti delle avanguardie di inizio secolo, come ad esempio il relegamento di pittura e scultura a tecniche di secondo ordine. Per contro viene dato valore artistico ad oggetti di uso comune, appartenenti alla sfera quotidiana, che vengono presentati nelle opere esattamente nella loro oggettività, senza l'azione decontestualizzante che caratterizzava i ready-made di Duchamp. Il periodo del dopoguerra, caratterizzato da cambiamenti radicali dal punto di vista sociale ed economico viene rappresentato dagli esponenti del Nouveau Réalisme in maniera provocatoria e critica attraverso i suoi prodotti: oggetti in sovrabbondanza, prodotti di scarto, rifiuti scomodi e così via. Ogni artista declina questa filosofia in maniera personale ed originale; Arman è noto per le sue accumulazioni al limite dell'ossessivo. La sua opera prende le mosse dalle strade, dove raccoglie ciò che viene buttato, dimenticato. Gli oggetti inutilizzati, quello che è considerato spazzatura diventa protagonista delle sue “sculture”, inducendo il pubblico ad una riflessione sui risvolti della società consumistica. L'opera in questione è una composizione ironica intitolata 10000 Cendrillons, ossia 10000 Cenerentole. È costituita da sei paia di scarpe firmate Prada tagliate a metà, montate su tela e ricoperte di vernice. L'opera è concettuale e la sua interpretazione è legata alla comprensione della filosofia dell'artista e del periodo storico in cui ha operato. Rappresenta una visione personale e critica, alleggerita dal titolo canzonatorio, del consumismo dilagante. Arman opera la “dissacrazione” di un oggetto, la scarpa Prada, che è considerato un simulacro nel mondo della moda, un oggetto del desiderio. Dimostra con la sua opera come in fondo, una scarpa firmata a cui attribuiamo il valore di status symbol, non è altro che una scarpa e in ultimo un semplice oggetto che come ogni altro diventerà un rifiuto. L'opera proviene dallo studio dell'artista a New York ed è autenticata mediante email della Fondation A.R.M.A.N. che ne riporta il numero di archivio. La Fondation A.R.M.AN. è attualmente l'unica istituzione avente il diritto di rilasciare certificazioni per le opere di Arman. È allegata inoltre fotografia dell'opera firmata dall'artista che indica il numero d'archivio, il titolo, le misure e la tecnica. Sul retro della fotografia è presente il timbro della Galleria d'Arte Dante Vecchiato che nei primi anni 2000 è stata il punto di riferimento per la distribuzione delle opere di Arman in Italia. Il prodotto, per usura dei materiali utilizzati, presenta segni di deterioramento (sbriciolamento dei tacchi delle scarpe), che richiedono interventi di restauro e ripristino.

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Allegoria dell'Amore
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ARARPI0097148

Allegoria dell'Amore

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Allegoria dell'Amore

Olio su tela. Scuola nord-europea. Si tratta di una divertente scena allegorica dell'amore profano, che vuole dimostrare come tutte le persone, di qualunque ceto sociale e di tutte le età, possono cadere nella trappola dell'innamoramento. Lo sfondo della tela è occupato da una enorme nassa, la rete a canestro usata in alcuni tipi di pesca, sopra l'imbocco della quale siede un putto violinista, intento a suonare; la nassa è affollata di coppie, mentre una sfilata di altre cammina davanti ad essa per raggiungerne l'entrata. Tra di esse vi sono coppie di anziani e di giovani, coppie di ricchi e di poveri, nobili, borghesi e proletari: tutti hanno espressioni liete e leggere, si lanciano sguardi innamorati o guardano benevolmente alla felicità degli altri. All''interno della nassa è presente addirittura una coppia di reali, che corrispondono per fattezze e abbigliamento all'elettore palatino della Renania, Giovanni Guglielmo del Palatinato-Neuburg e alla seconda moglie Anna Maria Luisa de'Medici. Al retro del dipinto è presente un'etichetta che riporta una storica attribuzione a Jan Frans Douven (1656-1727): l'artista olandese che dal 1682 si trasferì a Düsseldorf come pittore ufficiale alla corte dell'elettore palatino della Renania, realizzando soprattutto scene della vita quotidiana del principe e della sua seconda moglie. L'etichetta confermerebbe quindi l'ambito di attribuzione ad artista del XVII-XVIII secolo del nord-Europa. Il dipinto proviene da collezione storica milanese. Presenta tracce di restauri e un rattoppo. In cornice in stile.

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Quattro Ritratti di Re Condottieri
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Quattro Ritratti di Re Condottieri

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Quattro Ritratti di Re Condottieri

Tempera grassa su tela. Scuola nord-italiana. Si ritiene che le quattro grandi opere facessero parte dell'apparato decorativo di un palazzo di ampie dimensioni. La tecnica usata - una tempera grassa applicata su tela con una preparazione leggerissima e un tratteggio rapido senza riferimenti precisi delle figure - sottolinea la veloce esecuzione, volta ad ottenere in tempi brevi delle opere a scopo prettamente decorativo. I quattro grandi ritratti propongono le figure di re, riconoscibili da attributi regali differenti (corone, scettri, manti regali), ma rappresentati in veste di condottieri, quindi con armature e/o armi. La peculiarità è che i personaggi appartengono a epoche e provenienze geografiche diverse, come a voler rendere omaggio alle grandi figure regali della storia. Non certa è l'identificazione dei personaggi, anche se è possibile ipotizzare alcuni nomi: il re con la corona di metallo povero ma a cuspidi molto appuntite, che impugna una spada con l'elsa a foggia di testa d'uccello ed è rivestito di un manto di tela grezza e di una corazza semplice da cui spuntano elementi di pelliccia, potrebbe essere Attila, il re degli Unni; la figura orientale, con un turbante adorno di pietre preziose, potrebbe essere un sultano ottomano, ad esempio il Solimano; il guerriero con l'armatura caratteristica dell'antica Grecia, con l'elmo sormontato da un drago e la corazza riccamente decorata con fregi, potrebbe essere Alessandro Magno; infine, il giovane re in armatura a piastre completa e con l'elmo coronato a "cappello d'arme", per le caratteristiche fisiognomiche potrebbe essere identificato in Pietro I il Grande, zar di Russia (1672-1725), qui in un ritratto giovanile. I quattro dipinti, ancora in prima tela, presentano tracce di restauri ed integrazioni, con alcune piccole toppe al retro. Provengono da collezione storica bolognese. Sono presentati in cornici in stile.

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Ritratto di Eleonora Lampugnani
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Ritratto di Eleonora Lampugnani

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Ritratto di Eleonora Lampugnani

Olio su tela. Scuola lombarda. La ricca dama ritratta è accompagnata dalla scritta identificativa in alto a destra che recita "Eleonora Lampuniana Nupta N.V. Bartolomei De Cornu 1478": si tratta quindi di Eleonora Lampugnani moglie di Bartolomeo Del Corno. La famiglia Lampugnani è un' antica famiglia patrizia di Milano (il nome deriva dal quartiere Lampugnano), con residenze a Legnano e Busto Arsizio, e alla quale Filippo Maria Visconti (duca di Milano) assegnò nel XV secolo il feudo di Trecate; il marito della nobildonna apparteneva invece alla nobile famiglia piemontese Corno (in origine detta Del Corno). La nobildonna è ritratta in piedi, in splendida veste riccamente ricamata e impreziosita da pizzi; essa poggia la mano su un prezioso cofanetto intarsiato in avorio, probabilmente un monetiere, simbolo di ricchezza e potere, sormontato peraltro da un vaso con fiori, simbolo piuttosto di vanità. Il dipinto presenta un restauro antico sulle mani, che risultano di qualità inferiore rispetto a quella del volto, delle vesti, del vasetto di vetro. Il dipinto proviene da antica collezione lombarda. La data 1478 riportata con la scritta, risulta poco consona all'abbigliamento cinquecentesco: secondo il racconto della famiglia di provenienza del dipinto, la data che compariva prima dell'ultimo restauro era 1578, e si tratterebbe pertanto di una modifica fatta erroneamente dal restauratore.

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Xavier Bueno
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ARARCO0093033

Xavier Bueno

Ragazzo,1966

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Xavier Bueno

Ragazzo,1966

Olio su cartone telato. Firmato in basso a sinistra. Al retro ulteriore firma, data e titolo. Dopo l'infanzia trascorsa tra la Spagna, suo paese natale, Ginevra e Parigi, nel 1940 Xavier Bueno si trasferì in Italia, a Fiesole, ove aderì con il fratello Antonio, Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian al gruppo dei "Pittori Moderni della Realtà", il cui manifesto proponeva un'osservazione “oggettiva” del vero, della natura e la sua riproduzione il più possibile fedele. L'esperienza della guerra civile spagnola prima e di quella italiana poi, indirizzò sempre più l'artista verso un realismo legato a motivi di forte contenuto sociale. Il 1953 rappresentò una svolta importante per la carriera di Xavier: fu l'anno dell'esplicita adesione alle poetiche del realismo socialista, adesione che giunse dopo un itinerario personale che lo vide praticare pittura “impegnata” fin dall'anteguerra, con netto anticipo sull'arte di sinistra italiana. Altra tappa fondamentale nella carriera di Xavier fu il viaggio in Brasile del 1954: l'artista tornò da questa esperienza pieno di entusiasmo e con una serie di chine i cui principali protagonisti sono bambini, ragazzi, braccianti. Da questo momento la tematica dell'infanzia divenne sempre più ricorrente, un po' per volta i personaggi vennero raffigurati immobili, in una sorta di nebbia irreale, priva persino di profondità, di rigore prospettico, nella quale essi emergono come evocati. A tale produzione appartiene l'opera qui presentata. Tra il 1959 e il 1964 Xavier creò il ciclo dei "Bambini", immagini sofferenti e malinconiche opere simboliche di un'umanità avvilita ed oppressa, che l'artista presentò alla rassegna "España libre". Anche la sua tecnica subì un'evoluzione, che lo portò a ricercare un ispessimento della materia, addensata dall'aggiunta della sabbia alla vernice; il ricorso al collage, già da lui sperimentato nelle nature morte, divenne cospicuo anche in ambito figurativo-ritrattistico. La materia dei suo quadri divenne tale da arrivare a definirli “affresco su tela”. Opera presentata in cornice.

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